Secondo giorno di Festa. Colori, suoni, profumi e persone si mischiano sempre più, imparando a conoscersi e a lavorare insieme. Fianco a fianco ecco il militante della prima ora, che vanta una lunga esperienza e si perde volentieri in ricordi lontani, che incantano il volontario dell'ultima ora, quello il cui impegno politico ha coinciso con la nascita del PD ed è anzi ad esso dovuto. Sono questi estremi che collaborano, senza chiedersi "eri dei nostri o eri dei loro?", il tratto più significativo della Festa, la prima del PD, una Festa che prima non c'era, o meglio era un'altra cosa, e che sa coniugare passati diversi per trarne una sintesi creativa per il futuro.
Non sono quindi casuali i temi su cui oggi abbiamo aperto i lavori nella sala dibattiti dedicata ad Aldo Moro: alle 18 il ricordo dello statista ucciso dalle BR e del suo messaggio politico, alle 21 la questione settentrionale e le proposte del PD per affrontarla senza demagogia.
Il ricordo di Aldo Moro sopravvive negli italiani per le tragedia umana della sua vita, per l'essere stato la vittima numero 1 del terrorismo e il massimo simbolo dell'Italia dilaniata dei durissimi "anni di piombo". Di Moro si ricorda la tensione verso sinistra, animata dal desiderio di impedire che la DC volgesse il suo sguardo alla destra fascista e dalla ferma convinzione che la continua segregazione e lontananza dal potere di alcune forze altamente rappresentative avrebbe portato ad inevitabili quanto pericolo derive di lotta politica extraparlamentare e destabilizzato l'intero paese. Di Aldo Moro, infine, si ricordano la tragica fine e le ultime sconfitte.
Forse però occorre soffermarsi con maggior attenzione – come ieri ha ricordato Andrea Orlando – sulle vittorie di Moro, su quelle intuizioni politiche che seppe portare avanti e mettere a frutto, a partire dalla creazione di uno scenario politico nuovo, riuscendo a ben interpretare i mutamenti profondi di una società che non era già più quella uscita dalla guerra e che necessitava di risposte nuove e uomini nuovi. Moro seppe intuire la necessità di individuare strumenti innovativi per indicare la strada e rassicurare gli italiani, consapevole che, se i moderati non trovano un modo efficace per farlo, le risposte populiste e pericolose arrivano da destra. Di Moro vorrei ricordare l'impegno a favore di una distensione fra i blocchi e per un allentamento della logica estremamente bipolare dell'epoca, ma soprattutto l'idea di un'Europa che, unita, potesse giocare un ruolo chiave come perno dell'equilibrio mondiale. Più Europa e un'Europa migliore per il bene del Pianeta; anche questo è uno dei lasciti di Aldo Moro – meno noto di certo, ma forse proprio per questo più suggestivo.
La creazione di strumenti nuovi per realizzare visioni diverse del nostro paese sono il trait d'union fra il primo dibattito e il secondo, dedicato alla questione settentrionale. "Un Nord o più Nord?", ha chiesto Simone Farello. La risposta esatta è forse che o esiste un solo Nord, con piccole sfumature interne, oppure in Italia, il paese dei campanili, di Nord ne esistono migliaia, quanti sono i comuni che ne costellano il territorio. Proprio dai comuni occorre ripartire, dai sindaci che – come ha detto Massimo Calearo – "sai chi sono e dove abitano; uomini e donne cui sei vicino e puoi dire le cose in faccia". Occorre quindi un federalismo che sia davvero foedus, patto fra le diverse realtà locali che riesca a lasciare, nella sua essenziale componente fiscale, il massimo potere impositivo al livello più vicino ai cittadini. Un rovesciamento dello slogan inglese "no taxation, without representation", che diventa oggi "no representation, without taxation" – inutile avere rappresentanti e poteri, se non dai loro una consistente libertà di manovra nella gestione delle entrate.
Anche il PD deve eseguire questa scia e quello genovese, con la scelta di lasciare il 40% del tesseramento ai circoli, ha fatto un grande passo avanti in questa direzione. Un partito federale è un partito che sa scegliere per il proprio territorio usando la propria testa. Ho apprezzato l'idea di Marta Vincenzi sull'esistenza di un Nord della rendita, uno della resistenza e un ultimo della rivolta, ancora minoritario e confinato in spazi piuttosto angusti. Saper dare risposte concrete a queste tre diverse spinte, laddove esse si manifestano, è forse la sfida più difficile e su cui il PD deve combattere una battaglia culturale nei confronti di una destra dai toni sempre più demagogici. Anche la Festa, questa Festa, è l'occasione giusta per affilare le nostre armi, la fucina giusta in cui operare per forgiare nuove idee e nuovi interpreti per una società in perenne movimento.
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